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“ I Minori sottratti alla mafia ”

Per il terzo incontro teorico del corso “Mafia e Minori - Devianza”, organizzato da ASS.PE 93 – Camera Minorile e svoltosi a Messina in data 30/11/2017, si è prescelto un luogo di eccezione, la Chiesa monumentale di S. Maria Alemanna: questa chiesa, sorta tra la fine del XII sec. e l’inizio del XIII, per volontà di Arrigo VI e Federico II di Svevia, eretta a Priorato e concessa all’Ordine dei Cavalieri Teutonici, in puro stile gotico, subì il terremoto del 1908 rimanendo pressochè intatta, mentre la splendida facciata fu in parte abbattuta e la chiesa stessa accorciata nella sua lunghezza nelle vicende della successiva ricostruzione della città, per esigenze (oggi discutibili) di allineamen- to urbanistico. Alla chiesa era annesso un Ospedale, destinato ad accogliere i Crociati di ritorno dal- la Terrasanta; in questo ospedale, passato in epoca successiva con la chiesa alla Confraternita dei Rossi, lo scrittore Miguel de Cervantes, di ritorno dalla battaglia di Lepanto, ricevette accoglienza e cure alle sue ferite.- In questo luogo pregno di molteplici contenuti, simbolo storico della città di Messina e della vocazione mediterranea dell’Impero Federiciano in Sicilia, l’avv. Antonio Centorrino, presidente storico dell’ASS.PE.93-CAMERA MINORILE, ha convocato ed accolto gli illustri ospiti, relatori all’incontro: il Dr. Emanuele Crescenti (Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Barcel- lona Pozzo di Gotto), la Dott.ssa Giuseppina Latella (Procuratore della Repubblica presso il Tribu- nale dei Minori di Reggio Calabria) ed il Dr. Roberto Di Bella (Presidente del Tribunale di Minori di Reggio Calabria). Non sono mancate all’evento autorevoli rappresentanze cittadine e soprattutto, la preziosa e garbata presenza dei Magistrati minorili messinesi.- Il Presidente e gli illustri Ospiti hanno dibattuto per alcune ore, tra loro e con il numeroso pub- blico presente in sala, di Minori affiliati già in età immatura alla criminalità organizzata, dei possi- bili efficaci interventi di rieducazione e recupero di detti Minori, coraggiosamente individuati, ela- borati e realizzati dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale dei Minori di Reggio Cala- bria di concerto ed in sintonia con il Presidente dello stesso Tribunale minorile per il circondario distrettuale di competenza.- Il dibattito ha avuto esordio con l’intervento del Dott. Emanuele Cre- scenti (Procuratore capo della Repubblica in terra particolarmente esposta a fenomeni mafiosi, per nulla esenti da devianze e coinvolgimenti di Minori nelle attività delittuose), il quale, con semplicità di eloquio, sicura padronan- za della materia e ferma consapevolezza degli obiettivi istituzionali in campo minorile, si è soffermato su tre dei molteplici aspetti della complessa proble- matica: 1) La dislocazione geografica e il divenire storico dei diversi fenomeni di criminalità organizzata nel mezzogiorno d’ Italia (mafia, camorra, ndran gheta, sacra corona unita); l’ulteriore decadimento di alcuni principi e valori dapprima vigenti con rigide ed inviolabili regole all’interno di quelle associazioni, intervenuto in tempi recenti, che ha visto persino lo stravolgimento di certi “valori identitari e sociali” al loro interno, fino a giungere a ruoli cruenti e persino apicali affidati alle donne di mafia ed al coinvolgimento e sfruttamento dei minori come manovalanza delle proprie attività illecite prevalenti, quali lo spaccio di droga ed il controllo del territorio, con il vantaggio (impensabile per i capi di un tem- po) di evitare ai boss responsabilità e sanzioni;

  1. 2) Le ragioni socioculturali e soprattutto di condizionamento morale e familiare, che inducono molti giovani del Sud a rimanere nel giro delle attività delle cosche, in cui restano invischiati come affiliati e accoliti, fino ad accettare il carcere o la morte violenta come una scelta di vita o un destino ineluttabile, specie se chiamati a sostituire padri o fratelli caduti nelle guerre di ma- fia, senza avere avuto la possibilità di assumere consapevolezza della realtà, con la conseguenza di tentare vie di fuga o di scoprire scenari diversi per una possibile esistenza, che non sia il cri- mine, il pericolo, la violenza con le loro inevitabili conseguenze; L’illustre oratore a tal riguardo ha richiamato e descritto con efficacia il fenomeno, tipico della camorra napoletana (e non solo), delle “paranze” giovanili, bande di minori che hanno occupato i vuoti lasciati dagli esiti della guerra alla mafia, di recente condotta dallo Stato;

  2. 3) L’unica strada esperibile dagli operatori di giustizia per interrompere - almeno nei confronti dei giovani affiliati alle mafie o a cosche malavitose - la catena del crimine associativo organizzato, che arruola i minori già a 10-12 anni ed a 17 anni li sforna come abili criminali, deve indivi- duarsi nella rieducazione disposta dagli organi di giustizia in favore di Minori, sia essi figli di boss mafiosi o che abbiano semplicemente commesso reati di mafia o associativi; e ciò, in sede preventiva o in corso di indagine, oppure nel corso del processo penale minorile, con gli stru- menti alternativi o premiali previsti dalla legislazione penale minorile. A tal riguardo, l’illustre relatore ha inteso evidenziare che la strada prescelta ha il pregio di saggiamente combinare i sistemi repressivi con quelli educativi, ma anche di far tesoro di alcune norme codicistiche che permettono di colpire i “padri mafiosi”. A suo ben dire ed in quest’ottica, l’azione socio-giudiziaria intrapresa anche dai Magistrati reggini si traduce in un forte agire, con il fine, del tutto inedito rispetto al passato, di sottrarre rinvigorimento alle mafie e di riconquistare persone alla società civile. Sollecitato dall’avv. Centorrino, l’ oratore si è poi soffermato a parlare delle “prassi operati- ve” che intercorrono tra la Procura della Repubblica ordinaria e quella Minorile, in occasione di ogni decisione o intervento formale che vede coinvolti minori: ha spiegato che i rapporti tra i vari organi, dapprima solo informali, si formalizzano secondo protocollo allorquando vi siano esigenze di “salvaguardia” del Minore da parte dell’Autorità Giudiziaria; ha anche sottolineato il ruolo di estrema importanza svolto in sede di indagini o in caso di primo intervento dalla Polizia Giudiziaria specializzata riguardo ai minori, la quale è chiamata a rapportarsi adeguatamente ad altre forze an- ch’esse specializzate ( Avvocatura, Assistenti Sociali, Psicologi, Associazioni assistenziali) che agi- scono tutte, sinergicamente, per la individuazione del giusto trattamento ed alla migliore trattazione e risoluzione del caso in questione.- Ha preso poi la parola la Dott.ssa Giuseppina Latella, che è entrata subito nel vivo dei temi in questione, riferendo - con estrema chiarezza espressiva ma anche con viva partecipazione emotiva - delle esperienze da lei fatte, già dal 1995 e più di recente dal 2014 fino ad oggi, presso il Tribunale dei Minori di Reggio Calabria come Procuratore della Repubblica. Ha innanzitutto precisato che dal 2012 in poi la Procura e il Tribunale dei Minori di Reggio Calabria ha posto in essere, con le procedure vigenti, una serie di interventi tutelanti, tesi a salvaguardare lo sviluppo psicofisico di gio- vani, rei o non rei, che si è inteso sottrarre alla mafia. Detto esperimento giudiziario/rieducazionale, iniziato a Reggio Calabria nel 2012 per la prima volta in Italia, d’intesa ed in sintonia con il Dott. Cafiero de Raho (al tempo, Procuratore della Re- pubblica di Reggio Calabria), ha trovato largo consenso istituzionale negli anni successivi e, nono- stante critiche e censure di certa stampa (com’era logico aspettarsi, a strenua difesa e tutela dei più disparati diritti), è stato adottato non solo a Reggio C., ma anche a Napoli, Catania e Bari, sempre più diffondendosi.- Al riguardo l’oratrice ha evidenziato e chiarito che dubbi e censure sull’esperimento non hanno motivo di essere, perché non c’è automatismo alcuno, né si sottraggono i minori alla famiglia natu- rale o agli affetti dei congiunti. Ha tratteggiato poi, sinteticamente, l’iter giudiziario sperimentalmente adottato dal Tribunale dei Minori di Reggio Calabria per sottrarre i minori alle organizzazioni mafiose, pur citando alcune esperienze giudiziarie vissute nel suo Ufficio.- Ha osservato che il terreno in cui si doveva operare era quello della ‘Ndrangheta, al cui interno i legami tra gli associati sono di tipo familiare e sono fortissimi, e che si rendeva pertanto necessario interrompere la continuità del vincolo familiare nelle famiglie storiche. Si trovarono gli strumenti per farlo negli artt. 330 e ss. del Codice Civile, che prevedono un intervento de potestate in caso di maltrattamento del figlio da parte del genitore, con conseguente allontanamento del minore dalla famiglia. E così, man mano che in sede di indagini giudiziarie emergevano situazioni bisognose di intervento (ad es. minore adibito allo spaccio di droga o al trasporto di armi) si creava un canale di intervento tra la procura ordinaria e quella speciale; tramite intercettazioni telefoniche si veniva a conoscenza di episodi di indottrinamento da parte dei genitori mafiosi verso il minore, o di fatti di condizionamento psichico subiti dal minore nel suo stesso ambiente familiare. Nasceva così e si definiva un vero e proprio protocollo procedurale:

  3. a) sulla base degli atti relativi alle notizie ricevute, la procura presenta un ricorso, in cui chiede l’intervento sulla responsabilità genitoriale;

  4. b) nel nucleo familiare deve individuarsi un soggetto idoneo ad educare, e comun- que il sistema garantisce al minore una crescita sul piano personale.

Al riguardo l’oratrice ha chiarito che l’intervento è di tipo tutelante e che si provvede o interve- nendo presso i genitori con provvedimenti de potestate o collocando il minore in comunità presso una località lontana dall’ambiente mafioso di origine. Ha aggiunto che l’esperimento ha sortito un effetto insperato e positivo presso le madri, specie se ex detenute: per loro, constatare che lo Stato si occupa dei loro figli, provoca una sorta di rivoluzione culturale; già qualcuna, infatti, ha chiesto di poter accompagnare il figlio in comunità, mostrando di aver compreso lo spirito dell’intervento, che non era né di violenza né di forzatura, ma piuttosto di rimedio sanante e ricostruttivo. In sintonia con le riflessioni sollecitate dall’avv. Centorrino, sulle radici giuridiche dell’indirizzo giurisprudenziale promosso, ha concluso che è l’inderogabile principio generale dell’interesse supe- riore del Minore che tutela e guida l’intervento, determinando l’adozione dei provvedimenti più uti- li da assumere nel caso concreto. L’effetto è comunque quello di allontanare il minore dal “vincolo familiare mafioso”, che è fortissimo e che si consolida e tramanda anche con i matrimoni, così tra- passando di padre in figlio ed assicurando discendenze interfamiliari. Ed ancora sollecitata dall’avv. Centorrino, l’oratrice si è soffermata su alcuni riti di iniziazione in uso presso la ‘Ndrangheta, come la “smuzzunata”, una sorta di battesimo rituale del primo figlio maschio di colui che ha dimostrato di essere “valente” e di meritare dunque, solo per questo, che il figlio entri a far parte quale erede di quel potere nell’associazione ( andragathòs nel greco bizantino significa “uomo valente”, onde il nome dell’associazione stessa). Ha anche illustrato altre abitudini rituali e negativamente condizionanti in quei contesti, a mezzo delle quali si trasmette al minore un’educazione contro le regole civili (diseducante e rafforzative del metodo mafioso), come il van- tarsi con il minore, da parte del genitore, di avere avuto in uso una pistola a soli 15 anni ed altri comportamenti similari.- A concludere l’incontro è intervenuto il Dott. Roberto Di Bella, facendo una appassionata disamina delle ragioni e dei metodi di “politica giudiziaria” adottati dal Tribunale di Reggio Calabria, con i suoi provvedimenti, per sot- trarre i minori alla mafia. Ha anche sottolineato il coraggio di queste scelte, che hanno avuto anche il plauso del Ministro della Giustizia Orlando, il quale ha ritenuto di partecipare istituzionalmente alla redazione del precitato “proto- collo” oggi vigente tra il Tribunale Minorile di Reggio Calabria e l’Autorità Giudiziaria ordinaria. A giustificazione di tale scelta politico-giurisdizionale , ha premesso al suo discorso una sintesi storico-sociologica del fenomeno di associazionismo criminale in Calabria, chiamato ‘Ndrangheta: si tratta di un fenomeno ben radicato nel territorio, dove da decenni gli auto- ri dei fatti criminosi portano gli stessi cognomi, poiché la cultura della ‘ndrina, cellula mafiosa della ‘Ndrangheta, si eredita, ed il controllo del territorio si esercita da padre in figlio. In tempi più recenti, nel reggino e in altri distretti della Calabria ( famosi i luoghi di Bovalino, San Luca, Vibo , Pizzo, Palmi, Rosarno e molti altri), di anno in anno aumentano i minori coinvolti nelle faide, i minori che hanno ucciso poliziotti, gli omicidi in genere eseguiti da minori, minori condannati al 41 bis, e minori che possiedono la leadership della famiglia di appartenenza. Per fermare questa escalation si è voluto fare un tentativo in campo giudiziario, di caratura so- cio-riabilitativo: da un lato censurare i mafiosi come genitori maltrattanti e dall’altro aprire ai figli orizzonti sociali e culturali attraverso il loro affrancamento psicologico e morale da ogni condizio- namento associativo mafioso, verso un’autentica scelta di libertà civile. Si è voluto che lo strumento principe di questa scelta strategica fosse il Processo Penale Minori- le: si è studiato accuratamente il contenuto di numerose intercettazioni per trovare la risposta più adeguata in materia civile e penale, e ciò si è trovato nel perseguimento di precise finalità educati- ve, quale strumento di sicura rottura dell’establishment mafioso criminale. A tanto, ha proseguito, non sono mancate le critiche e un dibattito quasi manicheo, ma c’è la speranza che l’allontanamento più o meno imposto dei figli dai loro padri organici alle famiglie ma- fiose possa incidere nel tessuto sociologico, psicologico e persino religioso, in cui il fenomeno del- l'associazionismo criminale mafioso affonda le sue radici. L’oratore, proseguendo con appassionata fermezza l’esposizione dei punti salienti del protocol- lo adottato, ha richiamato gli articoli della Costituzione e di altre normative internazionali di pari rango, sui quali si fonda e trova giustificazione l’esperimento di allontanamento dei minori dalle famiglie di mafia: art.30 commi 1, 2 della Carta Costituzionale; Dichiarazione ONU dei diritti del Fanciullo del 1959 (ed in particolare il principio settimo), come revisionata nel 1989, art. 29; nei testi richiamati è sancito il principio che il minore ha il diritto a ricevere una sana educazione e una valida istruzione. Ha inteso anche richiamare, per il suo indubbio valore fondante, l’art. 330 Codice Civile, ove si afferma che una corretta e responsabile educazione è condizione per un completo sviluppo civile. L’oratore si è poi soffermato sui risultati degli interventi operati: essi sono positivi ha affermato! Alcuni giovani sono stati aiutati in vari modi (anche a trovare valide e sicure collocazioni) ed alcuni tornano a trovare i giudici, che ne traggono sicura soddisfazione. A sostegno della convinzione che le scelte operate siano nel segno giusto, l’oratore ha poi ri- chiamato l’attenzione dell’uditorio sul fatto che vittime della cultura mafiosa siano pure gli stessi figli dei boss, i quali vengono lusingati dalla promessa (forte attrattiva per gli adolescenti) di poter raggiungere posizioni di leadership nell’organizzazione e che sono, di fatto, educati alla violenza ed all’assenza di un credo religioso, giungendo persino ad essere rassegnati al carcere quale inevitabile e logico destino. Questa cultura – ha precisato l’illustre relatore – è intrisa da sofferenza ed è possibile, attraverso quella giurisprudenza già formatasi in materia ed in esponenziale evoluzione, intercettare vere e proprie richieste di aiuto, come quelle provenienti da madri che vorrebbero sottrarre i propri figli al loro crudo destino, provate dalla loro condizione, coi figli ancora piccoli ed i mariti all’ergastolo, che sempre più spesso si rivolgono al giudice. L’oratore ha concluso dicendo che non è azzardato affermare che con gli esperimenti del Tribu- nale Minorile di Reggio Calabria, si sono per la prima volta intaccate situazioni prima intangibili. Si è poi soffermato sul programma costruttivo di supporto agli interventi, il quale non manca di aspetti positivi, come l’équipe di educatori specializzati, voluta dal Ministro Orlando, per affiancare ed aiutare questi ragazzi a riconoscere i bisogni più profondi e le vocazioni più autentiche. Si è voluto anche far interagire questi minori coi rispettivi genitori al 41 bis, e i segnali di rispo- sta dal carcere sono positivi e incoraggianti. L’oratore ha concluso il suo intervento esprimendo l’auspicio che le funzioni dei Tribunali Mino- rili non siano trasferite ai giudici togati del Tribunale Ordinario, facendo così disperdere il lavoro speso in tanti anni per risolvere situazioni sociali complesse e per reagire verso le strutture e regole dell’universo di mafia. All’auspicio si è unito l’avv. Centorrino e tutto l’uditorio ed è stato pur rilevato che, da più parti, autorevoli personaggi di governo e lo stesso Presidente Mattarella hanno dato di recente qualche rassicurazione in tal senso. All’esito delle tre avvincenti relazioni è seguito un vivace dibattito con gli apporti degli stessi oratori: la Dott.ssa Latella ha parlato della carenza di mezzi esecutivi agli esperimenti in corso, del- la scarsità di personale specializzato e dell’insufficiente apporto degli Enti territoriali. Il Dr. Di Bel- la ha tratto spunto per riferire dell’incontro svoltosi al Quirinale l’8 marzo 2017, ove è stato illu- strato l’esperimento giudiziario in parola e possibile, per i premurosi ideatori, invocare in tale auto- revole sede che sia evitata una nefasta interruzione di tale azione in corso, a causa di improvvide soppressioni di Uffici e specialistiche funzioni minorili. Dall’uditorio è intervenuto l’avv. Faranda, il quale si è soffermato sul profilo o meno di “collaboranti con la giustizia” che potrebbe assegnarsi alle madri dei minori disposte a supportare l’esperimento. Gli oratori, al proposito, hanno eviden- ziato che nel protocollo non è presente la dissociazione di fatto, mentre al Tribunale Minorile di Reggio Calabria si prescinde dal chiedere alle madri una collaborazione per i processi degli adulti. Ed infine, su sollecitazione dell’avv. Centorrino, i relatori hanno puntualizzato alcuni aspetti della “ messa alla prova” in rapporto alla consuetudine di recente invalsa di subordinarne la concessione alla confessione dell’imputato. Quest’ultima, è stato evidenziato, non è necessaria per l’applicazi- one dell’istituto. Si tratta solo di un percorso di autocritica comportamentale per condurre l’imputa- to a maturare l’illeceità della sua condotta, altrimenti il minore reo è tenuto ad affrontare il proces- so. Tale argomentazione, è stata giudicata delicata, pericolosa e pregiudizievole per il minore impu- tato se male intesa, il quale, qualora determinatosi - ed a maggior ragione se speculativamente - alla ammissione dei fatti imputatigli (consumati o no), per ottenere il percorso riabilitativo previsto dal- l’ordinamento minorile (MAP), in caso di fallimento della prova per qualsivoglia motivo, vanifiche- rebbe ogni utile difesa per l’accertamento della verità dei fatti, a discapito non solo delle sorti del- l’imputato ma anche della stessa funzione e finalità del processo. L’acceso dibattito ha trovato epilogo in un fragoroso applauso, indice di particolare gradimento dell’uditorio ai temi trattati, che hanno così inteso manifestare graditudine agli illustri relatori per il prezioso contributo dagli stessi reso alla società con il semplice loro illuminato operare.-

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